
Per Confagricoltura una decisione giusta – Il blocco invece preoccupa il Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP
Dal 3 settembre 2026 è entrato in vigore il divieto imposto dalla Commissione europea alle esportazioni dal Brasile verso l’Unione europea di diversi prodotti agroalimentari di origine animale. Il blocco riguarda in particolare bovini, equini, pollame, uova, prodotti dell’acquacoltura, miele e budella.
Confagricoltura accoglie con favore la decisione, sottolineando come essa recepisca le segnalazioni presentate da numerosi Stati membri e dalla stessa Confagricoltura sulla grande disparità delle regole di produzione tra il Brasile e l’Unione europea. Nel Paese sudamericano, infatti, negli allevamenti si fa un uso di antimicrobici e ormoni della crescita ben al di fuori degli standard consentiti in Europa. Gli allevamenti europei, al contrario, sono soggetti a norme rigorose non solo in materia di benessere animale, ma anche di tracciabilità della filiera, salubrità del prodotto finale e trasparenza di ogni fase di produzione e macellazione.
Il punto centrale sollevato dall’associazione è la mancata reciprocità degli standard produttivi nello scambio commerciale. Dall’entrata in vigore dell’accordo UE-Mercosur, lo scorso 1° maggio, si sono infatti registrati diversi casi di inadeguatezza delle importazioni provenienti dal Brasile, che resta il leader mondiale nella produzione di carne bovina. Nei primi sei mesi del 2026, sottolinea ancora Confagricoltura, il Brasile è stato l’unico Paese ad aumentare l’export verso l’UE, mentre è calato quello degli altri principali esportatori mondiali.
Per Confagricoltura è fondamentale che il principio di reciprocità venga tutelato, sia a garanzia della salute dei consumatori sia a tutela della competitività delle imprese agricole europee, chiamate a sostenere costi di produzione più elevati proprio in virtù degli standard più severi a cui sono sottoposte.
Il blocco preoccupa il Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP
Accanto alla posizione di Confagricoltura, va segnalata ai fini di un’informazione completa, la preoccupazione espressa da chi, a valle della filiera, dipende dalla materia prima sudamericana. Un articolo del Sole 24 Ore del 2 settembre 2026 raccoglie infatti l’allarme del Consorzio della Bresaola della Valtellina IGP, per cui il prodotto è realizzato per l’82% con carne sudamericana, di cui il 60% di provenienza brasiliana.
Secondo il presidente del Consorzio, Mario Moro, lo stop farà venir meno nell’immediato almeno il 25% della materia prima necessaria alla produzione, in un contesto in cui le quotazioni della carne per la bresaola sono già aumentate del 15% da giugno, da quando cioè la misura era stata annunciata da Bruxelles. Gli stock accumulati dalle aziende, secondo le stime del Consorzio, potrebbero sostenere al massimo due o tre mesi di produzione. Il direttore dell’Assica (l’associazione degli industriali dei salumi), Davide Calderone, ha comunque precisato che non vi è alcun rischio sanitario per il consumatore: il nodo è esclusivamente la mancata certificazione, da parte degli operatori brasiliani, del non utilizzo di un antimicrobico vietato in Europa — certificazione che i produttori di Argentina, Paraguay e Uruguay, gli altri firmatari dell’intesa UE-Mercosur, hanno invece già adottato.
Il Consorzio, che riunisce 13 aziende per un valore alla produzione 2025 di circa 502 milioni di euro e 1.500 addetti nel distretto di Sondrio, auspica una rapida ripresa del confronto tra UE e Brasile e che i produttori brasiliani si dotino in tempi brevi del sistema di tracciabilità richiesto, pur riconoscendo le difficoltà oggettive di applicarlo a sistemi di allevamento estensivo come quelli sudamericani.