
LAVORO E IMMIGRAZIONE
Made in Immigritaly 2026: il 42% degli operai agricoli è di origine straniera
In Veneto la quota sale al 58%
È stato presentato “Made in Immigritaly 2026”, il secondo rapporto nazionale dedicato al contributo delle lavoratrici e dei lavoratori di origine straniera nel settore agroalimentare italiano. Lo studio, realizzato dal Centro Studi Confronti su incarico della Fai-Cisl aggiorna i dati della prima edizione del 2024 e analizza alcuni contesti produttivi. La tesi di fondo è netta: il lavoro migrante è ormai una componente strutturale dell’economia italiana, e in particolare dell’agricoltura, non un fenomeno temporaneo o emergenziale.
430mila lavoratori immigrati in agricoltura – Dagli elenchi anagrafici Inps pubblicati ad aprile 2026 risulta che nel 2025 gli operai agricoli a tempo determinato (OTD) sono stati 903.549, di cui 399.364 nati all’estero, pari al 44,2% del totale. Le giornate lavorate complessive sono state oltre 91 milioni, con una media di circa 101 giornate per lavoratore. Sommando a questi gli operai a tempo indeterminato (OTI) di origine straniera, il rapporto stima circa 430mila lavoratori immigrati, con un’incidenza del 42% sul totale.
I lavoratori provengono da 186 Paesi; quelli extra-Ue sono 316.766, il 79,3% degli stranieri. Le prime nazionalità sono Romania (circa 60mila), India (circa 53mila), Marocco, Albania, Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Senegal, Nigeria e Mali. Rispetto al 2024 crescono sia il numero degli OTD sia le giornate lavorate, mentre prosegue il calo dei lavoratori italiani e aumenta la componente extra-Ue, tanto tra gli stagionali quanto tra gli assunti a tempo indeterminato.
Il Veneto tra le regioni a maggiore incidenza – In undici regioni i lavoratori immigrati superano ormai la metà degli operai agricoli a tempo determinato. Il Veneto si colloca al quinto posto con il 58%, dopo Lazio (66%), Liguria (65%), Piemonte e Trentino-Alto Adige (61%). A livello provinciale, tra i casi più significativi figurano Verona, con il 69%, e Rovigo, con il 67%, in una graduatoria guidata da Latina (78%) e Cuneo (72%).
Il dato veneto emerge anche nell’industria alimentare, dove a fine 2024 i lavoratori immigrati erano 99.164 su 527mila dipendenti (18,8%). Il Veneto ospita il 12% degli occupati stranieri del comparto, terzo dopo Emilia-Romagna (20%) e Lombardia (18%). L’incidenza più alta si registra nella filiera della carne, dove gli immigrati rappresentano il 43% degli addetti.
Carenza di manodopera e inefficienza del Decreto Flussi – Il rapporto evidenzia la difficoltà strutturale delle imprese a reperire lavoratori. Nella Piana del Sele, ad esempio, servirebbero in media circa 4.000 ingressi l’anno, ma le quote assegnate non bastano e alcune aziende sono costrette a modificare le produzioni non per mancanza di mercato, ma per mancanza di chi raccolga. Il quadro è aggravato dalla crisi demografica: la popolazione italiana, oggi di circa 59 milioni, scenderebbe sotto i 55 milioni nel 2050.
Irregolarità e caporalato: le forme nuove- Pur ribadendo che lo sfruttamento grave non può essere generalizzato all’intero settore, il rapporto descrive forme di caporalato sempre più articolate: nell’Agro Pontino sono stati individuati “pacchetti-viaggio” dall’India che comprendono viaggio, compensi ai mediatori e pratiche per il Decreto Flussi; esiste inoltre un “caporalato dei servizi” di intermediari che applicano tariffe parallele agli stranieri. Diffusa anche la sotto-dichiarazione delle giornate, che priva i lavoratori di disoccupazione, malattia, infortunio e maternità.
Integrazione: abitazioni, comunità ed esperienze positive – Per i curatori dello studio non può esserci buona immigrazione senza buona integrazione, intesa come processo che comprende legalità, casa, lingua, stabilità occupazionale, partecipazione civica e ricongiungimento familiare. Centrale è la questione abitativa: i grandi insediamenti stagionali, come quelli della Piana di Gioia Tauro, rischiano di diventare luoghi di marginalità e dipendenza dai caporali, mentre vengono indicati come alternativa gli ostelli sociali diffusi e il recupero di abitazioni.
Accanto alle criticità, il rapporto documenta esperienze positive: lavoratori stranieri divenuti parte stabile delle aziende del Brunello, la realtà della Ferrero ad Alba, il ripopolamento delle aree interne a Camini (RC) e il ruolo delle comunità sikh in Emilia-Romagna e nell’Agro Pontino, i cui templi sono diventati centri di accoglienza, solidarietà e partecipazione.